Casella di testo:  Un primo faccia a faccia sostanzialmente privo di asprezze è sembrato dispiacere al Cavaliere, che sia all’inizio che alla fine del confronto si è esplicitamente lamentato della rigidità delle regole, che gli avrebbero impedito di terminare i propri ragionamenti. In effetti, Silvio Berlusconi ha dimostrato un’insolita mancanza di padronanza rispetto alla gestione dei tempi, che si è accompagnata ad altre due principali caratteristiche strutturali del suo discorso: una valanga impressionante di numeri, dati a memoria sostanzialmente non verificabili e l’assenza di espedienti “narrativi” - digressioni, esemplificazioni, paragoni - che sono il segreto dell’argomentazione seduttiva del Cavaliere e la cui assenza ha attribuito un andamento insolitamente scarno e “secco” al ragionamento berlusconiano.
Dopo un inizio decisamente spavaldo, sottolineato da un “signor Prodi”, provocatorio e alquanto denigratorio, usato spesso in questa fase della campagna, Berlusconi ha assunto piuttosto il ruolo di un ragioniere acido che, con puntigliosa esattezza, snocciola cifre ed elenchi di opere iniziate ed intenzioni realizzate. Al contrario, il suo avversario, sempre sorridente e con una gestualità aperta, “vola alto” anche su una materia così terrena come le tasse e pone il fulcro del suo ragionamento sul piano dei valori – parla di “giustizia retribuiva” ed “etica del dovere per tutti i cittadini italiani” - che sarà la cifra di tutto il suo intervento.
Il Cavaliere, nonostante l’asetticità imposta dalle regole e dal suo ruolo che era quello di “rendicontare” l’azione di governo, si è lasciato comunque parzialmente andare a quelle che sono le caratteristiche storiche della sua argomentazione: la vaghezza - “l’IRAP è qualcosa di assolutamente negativo”, le affermazioni di Prodi sono “qualcosa di contrario alla verità” e la riforma della scuola è “qualcosa di molto positivo” - la tendenza alla definizione di un orizzonte valoriale centrato sulla sua persona - gli ossessivi “io credo”, con i quali per anni ha iniziato i suoi discorsi e che ieri sera sono stati sostituiti da un costante riferimento sé stesso, a stento soffocato, a causa dell’intrinseco carattere di collegialità della sua azione di governo - la denigrazione dell’avversario, tramite l’adozione di incipit, al momento della ripresa del turno di parola, di espressioni quali “spudoratezza”, “demagogia”, “ribaltamento totale della realtà”. Il Presidente ha attivato una “conduzione miracolosa” degli investimenti, si “stropiccia gli occhi e le orecchie” per la “tesi bislacca”, per la “frottola” del suo avversario e lo denigra definendolo “front man” di quei “danti causa” che hanno già fatto vedere “un brutto film” e che lo riproporranno.
La circolarità destruens è così perfettamente conclusa nei confronti del suo avversario, ma stavolta coinvolge lo stesso Berlusconi che, nonostante la difesa dell’azione di governo, non riesce ad infondere quella sensazione di “ottimismo” – parola pronunciata solo una volta – che è stato il segno di quel “miracolo italiano”, rinnovato da chi era “sceso in campo” nel 1994. Sembra perso quel potere seduttivo legato alla scommessa del “Nuovo” e al fascino di un successo quasi salvifico che ha determinato schiaccianti vittorie elettorali. Anche la solita polemica contro i comunisti viene evocata una volta sola e, sul tema delle donne, il Cavaliere sembra più a suo agio nel lamentarsi di non aver trovato “signore” disposte a lasciare marito e famiglia o carriera per dedicarsi alla politica, nonostante il fatto che lui e il suo governo si siano sforzati di valorizzarle “come madri, come spose”.
Si, il Presidente del Consiglio si lamentava ieri sera, ostinatamente chino sui numeri, sulla testarda difesa di quell’azione di governo, la cui bontà quasi miracolosa gli sembra impossibile che la sinistra non capisca e non approvi. C’è una rabbia delusa in quell’ossessivo riquadrare con la penna i fogli a sua disposizione, sottolineando, con quei gesti, i dati recitati a voce; in quel costante tentativo denigratorio; in quel ricordare le offese ricevute e i mancati riconoscimenti - da parte del sindacato, ad esempio, “ruota della sinistra” - ; in quella recriminazione continua, così ben sottolineata da Prodi che evoca, ironicamente, anche Garibaldi, stupendosi che il Premier parli come se per cinque anni fosse stato all’opposizione. Fino alla dichiarazione finale della sconfitta, dell’inadeguatezza del suo discorso di fronte alla sopraffazione delle regole impostegli: quasi una riflessione metalinguistica, sul piano comunicativo.
Molto più strategico, invece, sembra il discorso del professore, intento ad inquadrare qualunque proposta o valutazione dei governi passati nel frame dell’unità del Paese da raggiungere a tutti i costi, anche convocando a colloquio lo stesso Berlusconi e il dottor Letta per “il passaggio di consegne”, come nella buona prassi di qualunque corretta gestione amministrativa, anche adottando uno stile di governo, scandito da fasi che sono anche parole-chiave dell’argomentazione prodiana: dialogo, concertazione, decisione. E per farlo occorre qualcuno disinteressato, che nella vita ha fatto tutto e che, prima di fermarsi, può dedicarsi a questo solo fine: ridare speranza ai giovani.
Chiama in causa sé stesso Prodi, utilizzando una tecnica retorica costantemente usata dal Cavaliere in passato, ma carica di contenuti opposti: tanto Berlusconi insisteva sulla sua capacità di produrre denaro e quindi benessere all’”Azienda Italia”, tanto Prodi carica il suo messaggio di contenuti valoriali positivi, comuni all’area laica e cattolica del Paese, definendo un orizzonte di riferimento che egli esplicitamente chiama “dottrina”. “Abbiamo una dottrina”, dice Prodi, fatta di serietà, disciplina, solidarietà, unità, dialogo, disinteresse, giustizia, equità, obbiettivi comuni, difesa dei più deboli. E’ continuo il riferimento alla serietà: “la lotta all’evasione è un discorso serio”, “la serietà che noi abbiamo”, “io voglio dire a tutti gli italiani che concepisco il governo come un cambiamento in continuità, un cambiamento serio”, “le cooperative sono una cosa seria”. Secondo il progetto politico di Prodi, l’Italia può e deve “ripartire” nel momento in cui non sarà più spaccata, divisa, ma unita in nome di questo futuro governo di centro-sinistra, che permetta al Paese di continuare a dimostrare di essere ancora la settima potenza industriale del mondo.
La ripresa anaforica del tema dell’unità e del dialogo fa, indirettamente, da contraltare all’aridità delle cifre; alla crudezza dell’immagine di un uomo potente e ricco, ma incapace di sorridere e di infondere fiducia; alle soluzioni di chi ha governato il Paese “contro l’altro”. E’ carico di una dimensione construens il ragionamento prodiano; la polemica non è mai fine a se stessa: il “funambolismo politico” del Cavaliere è opposto alla serietà, alla “robustezza delle spalle” di chi ha dietro di sé la più grande coalizione elettorale, legittimata dal voto delle primarie. L’andamento binario di questo discorso trova la sua consacrazione nel climax finale, nell’evocazione antinomica di una felicità organizzata, possibile solamente grazie ad un “sistema che dia effettiva parità”.

 

 

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